Continuità e mutamenti nei ruoli di genere. Il caso delle migrazioni interne negli anni Sessanta

Il caso dell’immigrazione femminile a Torino durante gli anni del miracolo economico fa emergere aspetti interessanti sotto il profilo del rapporto tra le donne e il lavoro retribuito nella mobilità geografica. Questo periodo storico, secondo una teoria molto diffusa tra storici e sociologi, sarebbe stato caratterizzato dalla diffusione negli strati popolari di un’ideale della domesticità, che avrebbe spinto molte donne sposate di estrazione operaia a ritirarsi spontaneamente tra le mura domestiche.

Lo studio delle donne che emigrano nella città dell’auto in quegli anni, al contrario, mostra una diffusa volontà di entrare in un mercato del lavoro che all’epoca offre molte opportunità e si dimostra estremamente dinamico. Il passaggio tra la condizione precedente e quella successiva all’emigrazione è per molte radicale: si può passare dal non aver mai svolto lavoro retribuito, o dall’aver svolto lavori in agricoltura, ad essere assunte come operaie in una delle tante fabbriche presenti in città. Tale cambiamento, oltre ad avere ripercussioni di rilievo sull’esperienza individuale delle donne, può a sua volta provocare interessanti modificazioni nei modelli di organizzazione familiare. La permanenza della donna nel settore fordista del mercato del lavoro anche dopo il matrimonio e la nascita dei figli può dar luogo, in determinate condizioni, a una riorganizzazione dei ruoli di genere tra i coniugi. Se il lavoro della moglie rientra nell’ambito di un progetto familiare condiviso non è raro infatti che alcune attività domestiche e di cura, prima di responsabilità esclusivamente femminile, possano essere svolte dai mariti. Si assiste così ad un superamento dei confini di genere all’interno del nucleo familiare. Il motivo alla base di tale rinegoziazione è solitamente l’assenza della generazione precedente in loco disponibile a fornire un aiuto nella custodia dei figli piccoli, poiché l’emigrazione riguarda soprattutto una popolazione in età da lavoro.

Va rilevato, tuttavia, che proprio quest’ultimo fattore può produrre in altri casi effetti di segno opposto, spingendo le donne con carichi familiari non più sostenibili a uscire dal mercato del lavoro regolare. In assenza di un progetto familiare basato sul lavoro di entrambi i coniugi, proprio il venir meno delle reti di parentela che garantiscono un fondamentale scambio di aiuto quotidiano fra donne di diverse generazioni può per alcune rappresentare un limite insormontabile che non permette di conservare un’occupazione dagli orari rigidi e prolungati, in un contesto caratterizzato dalla scarsità di servizi pubblici adeguati per l’infanzia.

Molte immigrate si vedono così costrette a rinunciare a occupazioni garantite per ritirarsi dal lavoro o, non di rado, per ripiegare su attività di tipo irregolare, ma che consentono maggiore flessibilità nell’organizzazione dei tempi di vita. Tali attività rientrano spesso nella categoria dei tradizionali lavori femminili tipici del basso terziario urbano, come il servizio domestico ad ore, la pulizia delle scale condominiali, le attività di cura. In alternativa, in presenza di attività in proprio dei mariti, le donne possono essere occupate in attività più qualificate, relative all’amministrazione o gestione dell’impresa familiare, ma anche queste vengono solitamente svolte in una posizione di secondo piano rispetto al coniuge e con la responsabilità di provvedere, comunque, all’intera gamma delle incombenze domestiche. In casi di questo tipo, dunque, la migrazione non crea le condizioni per un superamento dei confini di genere nel mercato del lavoro e nella famiglia, ma al contrario finisce per accentuare gli ostacoli che impediscono alla donna di seguire un percorso lavorativo autonomo nei settori ufficiali dell’economia fordista.

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